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Un uomo di nome 'Gigino' |
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| Gigino nacque a Vico Equense il 03 Maggio 1903 da una famiglia dedita alla confezione di pane e biscotti e si sposò il 18 Settembre del 1933 all'età di trent'anni con la signorina Concettina Cilento di anni 28 e dal matrimonio nacquero 7 figli: Antonio, Francesco, Carlo, Giulio, Rosa, Mario e Lucia. I rapporti con i familiari: moglie, figli, genitori, fratelli e sorelle furono sempre caratterizzati da un reciproco affetto ed ogni problema veniva affrontato da parte sua sempre con grande dedizione e spirito di sacrificio. Le sofferenze del padre per una grave malattia furono motivo di grandi preoccupazioni per cui era impedito persino di riposare tranquillo durante quelle poche ore necessarie per svolgere il lavoro notturno di panificatore, senza sentirsi stressato. Ricordo che quando i medici Celentano, Scaramellino, Parascandolo ed altri dichiararono che nulla più la scienza avrebbe potuto fare si doveva sperare solo in un miracolo, egli supplicò il vice parroco Don Pasqualino Parascandolo, suo confessore, affinchè acconsentisse che la statua miracolosa di San Ciro sostasse per qualche giorno in casa dell'infermo sperando che il Santo potesse operare un miracolo. Il vice parroco, mosso da tanta fede, volle esaudire il desiderio di Gigino e fece traslare la statua in casa dell'infermo, ove restò per qualche giorno: indescrivibile fu la gioia di Gigino edi suo padre, anche se poi non si verificò il miracolo sperato. Da qualche giorno volle offrire ogni anno alcuni metri di pizza al parroco per i giovani camapnari che durante il triduo di San Ciro suonavano a braccia le campane. Con la consorte Cocettina, figlia di Carlo Cilento e Lucia Staiano, condivise sempre non solo i momenti di serenità ma anche le sofferenze prodotte dalle traversie della vita. E' noto che Concettina trasse ispirazione dalla grande pizza per eseguire ricami preziosi su tovaglie di diversi metri i cui disegni ed i colori rappresentavano gli ingredienti usati dal marito per realizzare pizze di dimensioni sempre più grandi. Indescrivibile pure fu sempre l'affetto nutrito Tra l'altro conservò per tutta la vita un rimorso nel cuore per l'incidente occorso al figlio Francesco all'età di tre anni nel laboratorio del pane, incidente che produsse gravi lesioni permaneti alla mano destra. Per questo motivo egli volle vivamente che il figlio che il figlio proseguisse gli studi. Infatti Francesco (Ciccillo, ora l'Avvocato), dopo gli studi classici si iscrisse alla facoltà di chimica, ma per volontà del padre e per gli intrighi benevoli dell'avvocato Capozzi, amico e confidente di Gigino, cambiò indirizzo universitario iscrivendosi a giurisprudenza, che era ritenuta più consona all'attività familiare. Ma non fu facile convincere il figlio cambiare facoltà, se non fosse stato per l'intervento dell'amico Capozzi, il quale ce la mise tutta, come si fosse trovato a rappresentare in una causa un suo assistito pur di rendere felice Gigino che, per la verità, non riusciva a convincersi che il figlio, dopo anni di studi, dovesse dedicarsi a "fare analisi di urine" com qualcuno gli aveva insinuato con un poco di cattiveria. Si comprende da tutto ciò che durante la sua vita, a cominciare dalla giovene età, fu sottoposto a dura prova senza mai arrendersi sicchè ebbe modo di temprare il suo carattere che gli permise di fare esperienze profonde ed acquisire speciali conoscenze sul comportamento delle farine, nell'elaborazione dell'impasto per pane e biscotti ed in particolare per confezionare una buona e gustosissima pizza.
La situazione si aggravò allorchè il fratello maggiore Giuseppe fu chiamato alle armi nella guerra del '15-18 e ne ritornò perchè ferito ad una mano, per fortuna lievemente. Egli indossò la divisa di operaio prima di indossare quella dell'imprenditore, sicchè potette ben conoscere le sofferenze e le miserie degli operai. Lavorava da operaio tra gli operai, mangiava con essi, come questi, anch'egli, di notte coglieva l'occasione per riposare qualche ora, mentre si era attesa in attesa della lievitazione del pane, prima di essere infornato. Ma non dormiva, in quelle poche ore di attesa, sui materassi di lana del priprio letto, bensì su panche dove poteva prendere sonno solamente chi si sentiva veramente appresso dalla stanchezza ed avesse molte ore di sonno arretrate. Nei suoi occhi verdi si leggeva la versatilità, l'entusiasmo, il carattere indomito, sempre anelante quella libertà che doveva presto portarlo al successo. La sua corporatura era alta, robusta, piena di vigore; il suo volto sempre abbronzato, manifestava una grande bontà interiore; le sue mani erano ampie, grosse, pesanti come le mani di un pugile e sembravano fatte apposta per manipolare con energia l'impasto per confezionare pasta, pane o pizze. Stupiva tutti per la velocità con cui espletava qualunque lavoro ed in particolare infornava il pane con tanta rapidità che l'occhio non riusciva a seguire l'entrata e l'uscita della pala dal forno.
Possiamo dire che fu lui uno dei primi ad intuire le sue capacità e indicare a turisti la bontà e l'originalità della pizza di Gigino. A tal proposito mi piace ricordare che l'illustre uomo quando si recava in pizzeria era seguito sempre da una schiera di ragazzi del paese ed egli, per compensarli della simpatia, offirva loro alcuni metri di pizza. Quando si apprestava a confezionare una pizza, sembrava che si accingesse a celebrare un rito propiziatorio di tempi remoti, per invocare allegria e benessere tra i suoi commensali: splamava il piano di lavoro con una nuvola di farina tanto da imbiancare se stesso e chia assisteva alla scena. Percuoteva con mani potenti l'impasto con una forza straordinaria, tanto da far sentire la "schiaffeggiatura" anche a distanza diffondendo voli di farina tutto inorno. Preparava, comunque, in men che si dica, una pizza di diversi metri e poi, con grande abilità, la lasciava scivolare nel forno tra le fiamme per la cottura. La sua anima, il suo spirito nella vita non priva di travagli, mai si sentivano appagati; egli volle trasformare un prodotto umile e semplice in un capolavoro di arte culinaria, capace di arricchire anche le mense dei nobili e dei richhi. Nonostante le difficoltà e le traversie non si lasciò prendere mai dalla sfiducia e poichè, non si riteneva mai soddisfatto, continuò testardamente per la sua strada: ed il primo successo non si lasciò attendere. Infatti lo ebbe quando il giovane musicista, poi divenuto direttore d'orchestra, Carlo Zecchi, gli manifestò viva e concreta ammirazione divendendo frequentatore assiduo del suo piccolo locale tanto che volle rilasciargli una proprio foto con la dedica "A Gigino Dell'Amura, per le pizze insuperabili e sovraumane, delizia dello stomaco, dell'odorato e della vista". Ben presto dimostrò di possedere quelle attitudini spiccate nel suo mestiere che poi dovevano costitiure il segreto del successo. A tredici anni già assumeva responsabilità del piccolo panificio artigianale di suo padre, lavorando notte e giorno, al forno, nel suo laboratorio ove destava grande meraviglia tra gli anziani operai panettieri. Ciò fu indispensabili perchè, come abbiamo detto in precedenza, il padre Antonio versava in precaie condizioni di salute e perciò dovette gradualmente ridurre la sua partecipazione alla lavorazione del pane. |
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