Nessuno riusciva a dormire, tanto era il sonno. Allora, la sera, "Gigino" apriva le porte del fuoco e del pane, amava col cuore di ieri la gente, la città, il piccolo cane bianco, il vento, la notte, le fitta pioggerillina di maggio. E le mani aveva grosse e forti. Sbircinado dai vetri, madre e figli aprivano le braccia, dopo la fatica, al silenzio della luna, alla cara e attimi dell'attesa, quando carboni e cenere donavano calore al mistero e all'evidenza di una vita che nasceva. Chideva tanto alle sue nodose carezze di mani: il dolore, il sudore, la sofferenza, il sacrificio, lungo gli anni lasciano il sapore di lacrime di una grandeiride glauca, cerulea, e il profumo del pane che dava alla giovane fame dei figli. Uno di questi, ora , accende il fuoco per offrire un nutrimento unico: anni di farina su un foglio bianco da riempire con il silenzio di un'emozione. Uno di questi, ora, cuce ricordi (e son tanti!). Passano svaporando come acqua da ciotola, parola su parola, ricordi su ricordi, nel silenzio orgoglioso di un passato, nel miracolo fantasioso in cui nasceva la "pizza a metro". Lo rivede. Lo guarda sotto coni di luna. Le mani tese, come archi, a schiaffeggiare il silenzio, i cirri dei capelli di cenere sciupati, e il viso abbronzato alle bocche del forno rosse come crine di cielo al tramonto.
E intanto nessuno riusciva a dormire, tanto era il sonno.
Mario Esposito
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