Cento anni il cielo
riveste dal dì
che tua mamma,
svelando il mistero
felice, più leggero
fece il suo grembo.
Cento anni sono già
dei tuoi giorni
lunghi ed antichi
condotti tra impasti
di acqua e farina
per chi povero
pane non ebbe
per infame destino.
C'è lì ancora.
che parla ed osserva,
la sedia dura
intrecciata
di ferro battuto
che dall'uscio
dei pensieri
non volle svanire.
Mai dorme,
geme per te,
trastulla
e non ride
e trasmette,
con antenne invisibili,
sguardi e ricordi
a chi allora non visse
e che tanto non sa.
C'è lì pure
quel bianco Chery,
scherzoso fedele
che, come Argo Ulisse,
prima di te,
volle partire.
A te sono rivolte
le parole ed i versi
per quanto mi desti,
per dirti,ora, ciò
e chiamarti
come fossi bambino
Qui si parla di te
per svelare chi fosti,
cosa facevi
amico di giorni
senza riposo,
ove doppie le ore
come macigni,
portavi sulla schiena,
mai curvata dal peso.
Io non posso fare
ciò che facesti,
e non posso dare
ad alcuno
ciò che tu desti:
non ho le tue mani,
non ho la tua forza,
ho solo un cuore
che simile al tuo
grande rendesti
e lo sguardo
che coniasti per me.
Francesco Dell'Amura
Vico Equense, 01 Aprile 2003