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Aneddoti
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Sulla vita di Gigino si raccontano molti aneddoti che lo caratterizzano e che interessano la sua attività.
Il primo interessa il periodo in cui fu chiamato a prestare il servizio di leva in marina nel 1923.
Insieme a lui erano in servizio di leva al corso per panettieri altri due militari di Vico Equense di nome Cioffi Gennaro e Miccio Raffaele, entrambi erano imbarcati pure sulla nave S. Giorgio, trovandosi così periodicamente in diversi porti dell'Italia.
In tali occasioni i marinai che erano a bordo effettuavano libere uscite nella città in cui si trovavano durante le ore serali.


Fu in una di queste libere uscite, mentre la nave era in sosta in una delle città portuali, che Luigi Dell'Amura destò grande stupore quando in una piccola trattoria, sostituendosi al pizzaiolo, confezionò a suo modo la pizza superando la forma e la misura abituale, sicchè, in men che non si dica, il proprietario della trattoria potè soddisfare le richieste dei numerosi clienti tra cui diversi marinai.
Il fatto fece tanto scalpore che ogni sera il proprietario della trattoria richiedeva la presenza di Gigino nel suo locale per incrementare gli affari.
Il semplice marinaio pizzaiolo in quelle sere veniva applaudito ed accolto quasi come un divo dei giorni nostri. Aveva una voce quasi baritonale e si presentava, tra l'altro, in pizzeria insieme agli altri commilitoni cantando lungo il percorso che dal porto portava in trattoria.
I conseguenza di ciò il ristorante invitò con viva insistenza, quasi a supplicare, il giovane militare Gigino a trasferirsi in quella città non appena avesse conscluso il periodo di leva per lavorare nel suo locale e diventare suo socio in affari.


Altro specifico ricordo attiene al periodo bellico che va dal 1939 al 1945, in cui disagi indescrivibili investirono i cittadini di Vico Equanse, come di tutte le regioni d'Italia, per la grande carenza di generi alimentari e per l'atmosfera di terrore e di morte che ovunque si avvertiva in particolar modo di notte: non si sono cancellati fino ad oggi dai sentieri della memoria i palloncini luminosi che a centinaia venivano lanciati daglia arerei da combattimento per cui il cielo rischiava a giorno; sento l'eco dei bombardamenti interminabili che si ripetevano in continuazione; mi pare di avvertire ancora quel freddo dei cantieri adibiti a ricovero illuminati flebilmente solo da qualche lucignolo ad olio; ricordo pure quel sapore un pò acre di fettine di pane intinte di olio e quel mezzo bicchiere di vino caldo zuccherato come bevanda per tenerci buoni e forse sufficiente a darci un pò di calore; ma non posso dimenticare i rosari, le litanie interminabili, le giaculatorie di ogni genere che la nonna intonava con molta fede, mentre mio padre dai locali superiori del panificio compariva di tanto in tanto per accertarsi che tutti stessimo bene e per darci notizie rasserenanti.
Fu in tale periodo che Gigino manifestò ancora una volta il suo carattere generoso e capace di inventare anche risorse ed iniziative di varia natura per tendere la mano a chiunque versasse in particolare stato di bisogno.
Anche in tale occasione furono la grande pizza, le tagliatelle con i fagioli, gli gnocchi artigianali preparati durante le ore notturne a soddisfare l'appetito di persone che forse avevano saltato pranzo e cena e attendevano quelle ore notturne per associarsi ai lavori del pane e mangiare qualcosa di caldo che andava al di là della solita verdura e delle solite patate lesse.


Egli era sempre disponibile notte e giorno ed era capace di privarsi anche di quanto aveva riservato per se e darlo agli altri: pane, farina, pasta, zucchero, carbonelle per il braciere, utilizzazione del forno per cuocere torte a chi ne faceva richiesta.
Tutto ciò avveniva senza scopo di lucro, talvolta rimettendoci in proprio correndo persino il rischio di responsabilità, in quanto allora i generi alimentari erano razioni e distribuiti solo con tessera rilasciata dalle autorità competenti ad ogni nucleo familiare secondo il numero dei suoi componenti.


Ricordo pure il suo barboncino bianco, Chery, che gli teneva compagnia giorno e notte e lo seguiva in ogni suo passo sempre pronto a difenderlo ed a fargli fest, scodinzolando la coda.
Morì poco prima di lui, proprio come Argo, il cane di Ulisse, come se avesse capito che il suo padrone a breve l'avrebbe lasciato e per lui non sarebbe stato possibile vivere un solo giorno senza la persona che da piccolo lo aveva adottato.
Proprio quel barboncino intorno alle quattro di notte spesso con il suo fiuto, con i piccoli gemiti e scodinzolamenti della coda, avvertiva e segnalava la presenza di una persona fuori della posrta del panificio: era qualcuno dei tanti lavoratori di cave di pietre che di solito aveva bisogno di un filone di pane necessario per pranzo durante la giornata di lavoro e poichè non aveva soldi per pagare non trovava il coraggio di bussare e chiedere; ma Gigino capiva di chi e di che cosa si trattasse ed apriva. Senza aspettare che parlasse, incartava il filone di pane con la carta usata abitualmente per avvolgere la pasta e glielo porgeva; il lavoratore tentava di balbettare un grazie aggiungendo "lo pagherò appena riscuoterò la quindicina" e lui a sua volta rispondeva " Pascà nun ce pensà, va à faticà, ce penza a Madonna". Scene di questo tipo si verificavano ogni giorno a quell'ora di notte ora con Pasquale, ora con Nicola, ora con Gennaro, ora con Giuseppe, ora con Domenico ecc. e la scena era sempre la stessa e la risposta si ripeteva allo stesso modo "non ce penza, va a faticà, che ce penza a Madonna".
Gigino era conosciuto come uomo semplice, umile, privo di presunzione ed inconsapevole di quanto stesse accadendo e che riguardava l'attività nata dai suoi sacrifici e dalle sue capacità.
Sempre seduto a cavalcioni su di una sedia da giardino, per l'intera mattinata, all'ingresso del locale nelle stagioni miti oppure all'interno in prossimità di una vetrata, nei periodi freddi, in un angolo del laboratorio, con occhio attento verso quelli che lavoravano, sempre pronto a far rilevare qualunque piccola negligenza nell'adempimento del loro lavoro.

Ma la proposta fu accettata, perchè Luigi Dell'Amura aveva nella mente e nel cuore il suo paese, la sua casa, la sua famiglia.
Infatti egli continuò la vita di sempre senza lasciarsi allettare da promesse di facili guadagni. 
Perciò dal momento in cui la nave fece ritorno presso i cantieri di Castellammare di Stabia e finchè non si congedò egli continuava a percorrere a piedi in andata e ritorno, ogni giorno e anche di notte, la strada che collegava Castellamare a Vico Equense per recarsi a confezionare il pane, evitando di sospendere l'attività di panificazione che i genitori ed i fratelli non sarebbero stati in condizioni di condurre.
Per questo fatto riscuoteva apprezzamento non solo da parte dei compagni di leva ma anche da parte dei suoi superiori graduati, i quali manifetsvano comprensione nei suoi confronti quando contingenze particolari gli impedivano di trovarsi puntuale nei rientri a bordo.
 
 
   ALLEGATI   
 
 

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